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venerdì 9 novembre 2012

I GIOVANI NEL GHETTO URBANO

Analisi sul campo da Parigi.

Avevo affrontato nello scritto “L'altra Parigi”, presente su questo stesso blog sotto il mese di luglio 2012, la descrizione sommaria dei luoghi periferici della capitale francese (che sono vere e proprie città satellite inurbate nella Grande Parigi e con ognuna i propri quartieri, come fossero Sesto San Giovanni, tra l'altro gemellata proprio con St. Denis, rispetto a Milano) e della popolazione che li abita. Dopo un soggiorno di poco più di una settimana cercavo di capire anche il perchè la politica non sia un argomento di interesse e di credibilità per chi vive in questi ghetti fondamentalmente abbandonati a sé stessi. Tuttavia non avevo trattato del perchè, nonostante quello che descrissi e che appunto vidi finalmente con i miei occhi dopo averlo ascoltato per anni dalla voce dei rappers, specialmente i giovani delle cité (gruppi di palazzi popolari abitati da migliaia di persone), si sviluppano lungo un processo  identitario in una simbiosi che li radica visceralmente al proprio territorio. E allora è questo che mi propongo a fare nelle righe che succederanno.
                Cominciando direttamente con il rispondere alla questione di fondo che è appunto il perchè del senso di appartenenza a luoghi che tradiscono le aspettative dei diritti dell'uomo (cosa molto sentita questa proprio in un paese, la Francia, che storicamente ha sviluppati questi concetti), si può riportare parte di un ritornello di un rapper statunitense adattabile senza problemi alla situazione francese nonostante le differenze delle due realtà e tra le quali una fondamentale verrà esposta più avanti: “Ghetto is part of my religion, the only thing my eyes can see”, “Il ghetto è parte della mia religione, la sola cosa che i miei occhi possono vedere”. L'essere semplicemente diretto è prerogativa del rap tra le più importanti. Direi che questi due versi non hanno bisogno di suggermenti interpretativi ma possono essere “sezionati” e da qui trarre spunti per ampliare il discorso.
                “Il ghetto è parte della mia religione”. Quindi della propria filosofia. Della propria filosofia di vita. Il ghetto è parte della propria vita. Sono salito nelle banlieues di nuovo recentemente, per un soggiorno più breve. Ho incrociata una ragazzina indossare una felpa con scritto “I'm the ghetto. Original 93 product”. Quindi, traducendo, “Io sono il Ghetto. Prodotto originale del 93”. (Laddove 93 rappresenta il numero che definirei circondariale, di zona, delle periferie nord di Parigi. È il numero che, ad esempio, si vede sulle targhe dei veicoli lì immatricolati). Eccoci allora, il ghetto è parte della propria vita. No, di più, io sono il ghetto! E prodotto originale del 93 può significare sia il mero fatto che il design di quella felpa è concepito nella banlieue 93, un “Made in 93”, sia il fatto che chi la indossa è prodotto del 93. In queste poche parole vi sono con forza tutti i legami di reciprocità tra il luogo ed i suoi abitanti. È un rapporto passionale, carnale, che mischia orgoglio e dignità per formare identità. Non torveremo mai un parigino del centro in Place de la Concorde con un maglioncino che riporta “I’m Paris. Original Champs Elysées product”. Quello non ha nulla da rivendicare a nessuno. Mentre invece il ghetto “noi l'abbiamo fatto (o meglio noi lo facciamo, il ghetto) e lui fa i nuovi noi”. Generazione dopo generazione. In perfetta simbiosi.
                Per rispondere alla parentesi che va a specificare aperta poco sopra,  una generale storia delle grandi periferie: a Parigi come ovunque, esse nascono per accogliere i flussi migratori di lavoratori che convergono nelle città dai tempi in cui esse divennero il polo attrattivo per la nuova attività industriale. Ora, che non hanno più un richiamo forte ed effettivo per l'assorbimento impiegatizio, rimangono comunque il faro cui puntare con decisione per coloro che ambiscono a quel proverbiale qualcosa di più. E questo vale con forza ancora maggiore per le città che un tempo erano capitali coloniali. Ad esse sono giunte (e giungono) non soltanto le masse di “disgraziati morti di fame che abbiamo tolto dai porcili” del proprio paese (per usare l'espressione che si lascia scappare un quadro dirigente nel film “La Classe Operaia Va In Paradiso” in proposito degli operai della fabbrica dove lavora) ma tutti i disgraziati morti di fame degli ex imperi coloniali. Ed allora si capisce che il numero diviene esponenzialmente maggiore e che la composizione di questi nuovi arrivati è molto eterogenea oltre ad essere agli antipodi culturali ed etnici della popolazione che li riceve. Per tanto le periferie di città come Parigi hanno assunti anche marcati connotati razziali. Eccoci allora a perorare la parentesi di specifica: il ghetto, in origine e fisicamente e concettulamente parlando, non l'hanno fatto gli abitanti del ghetto. Ma l'hanno fatto, qui nel caso parigino, i colonizzatori per sbatterci i colonizzati e farne degli abitanti del ghetto. Solo successivamente questi l'hanno fatto proprio in un processo lento e denso. Idealmente questa stessa logica si ripete ancor oggi con la costruzione di un nuovo complesso popolare, di una nuova cité. I processi di assimilazione e di simbiosi con il territorio solo saranno molto più veloci in relazione alla differente velocità sulla quale corrono i giorni in questo particolare frangente storico e quindi la più rapida e fruibile diffusione di quella che è una cultura oggi imperante e definita in luoghi di questo tipo e tra queste generazioni urbanizzate: l'hip hop; è ovunque anche se certo non aderente alla perfezione sui 18 punti della Dichiarazione Hip Hop della Pace presentata alle Nazioni Unite nel maggio 2001 e sottoscritta da vari artisti tra cui il più famoso è probabilmente KRS-One. St. Denis, ad esempio, primeggia più o meno costantemente anno dopo anno, nella particolare classifica del numero di morti ammazzati.
                Tornando per chiudere i cenni storici, ecco, nel 2012, interi quartieri che sono un pezzo di Africa nel cuore dell'Europa. Chiaramente la cosa genera parecchi problemi alle destre: si ricordi pochi anni addietro Jean Marie Le Pen lamentarsi del fatto che nella nazionale francese di calcio non vi fosse oramai nemmeno un Francese. Chi sono i Francesi? Anzi, come sono i Francesi? Volendo intendere oltre il significato prettamente xenofobo dell'ex segretario del Front National, questi ha detta una verità. I cognomi ed il colore di quei giocatori non mentono. Sono Francesi per la legge, è vero (sulla carta quantomeno, nelle periferie ancora meno vero). Ma sono Francesi nel senso di...Francesi?! No. E nel ghetto lo sanno bene. E' allora con orgoglio che queste persone si definiscono in relazione al proprio paese di provenienza. Ma la verità è che non sono più nemmeno veraci del paese d'origine (ecco, è questo aspetto l'importante differenza rispetto ai neri delle periferie statunitensi o brasiliane ad esempio: quelli non sanno più nemmeno da dove vengano, poiché gli stati nazione in Africa ancora non erano costituiti al momento del rapimento dei loro antenati per essere ridotti in schiavitù nelle Americhe e la memoria di una propria discendenza culturale si è disciolta nei secoli). Insomma, l'abitante delle banlieues non è certamente Francese nell'intendere “tradizionale”, ovvero il modo come ancora conduciamo la mente al figuraci la nozione appena ricevuta che ci dice che qualcuno sia cinese o italiano o (francese appunto) dir si voglia. Ma nemmeno è Nigerino o Algerino anche se quelle stesse logiche di cui sopra molto più facilmente così ce lo definirebbero. E questo nonostante l'orgoglio ostentato per definirsi tale. Una generazione in bilico quella attuale (come certamente la precedente), figlia forse dei precetti della tradizione che si oppone al miscuglio globale di questo corso e ad una confusione che toglie stabilità all'esistenza. Una generazione che prega Allah il venerdì nelle moschee, che porta barbe lunghe, abito tipico e (quindi non ma) Air Jordan ai piedi.
                Cosa resta allora per questi “senza patria” se non lo spazio delimitato del proprio ghetto urbano? Uno spazio nuovo, vergine, da “colonizzare” con la stessa novità che loro stessi rappresentano. Ognuno ha bisogno di un posto che possa in fondo al cuore considerare casa. Non tanto nel senso fisico quanto in quello di saper in un dato territorio le proprie radici. E di essere il prodotto, nella propria crescita, di quel suolo. Significa sapere perchè si è come si è. Forse, addirittura, significa sapere chi si è. E questo bisogno di radicare, di appartenere, di avere un’identità, è oggi ancor più forte per i ragazzi delle banlieues perchè sanno d'aver i legami con la propria terra d'origine (che oramai non li ha nemmeno visti nascere) comunque più deboli rispetto a quelli delle generazioni precedenti che già da decenni sono in Francia. Non hanno che il ghetto. Che adesso sì, fanno in modo attivo e partecipe. In modo giusto o sbagliato che sia, secondo il comune intendere di questi opinabili concetti.
                Non hanno che il ghetto. “La sola cosa che i miei occhi possono vedere”. Ecco il secondo verso del ritornello rap con il quale si apriva questo scritto. Il modo nel quale le generazioni sono state incanalate nei ghetti dal corso economico, sociale e culturale vigente da decenni lo abbiamo brevemente visto. Scatta qui un altro “meccanismo” che fa parte dell’appropriazione identitaria del luogo: ora che queste persone devono starci in queste scatole senza coperchio ma dove le pareti sono troppo alte per uscirne, nemmeno vogliono uscirci: questo posto è mio. Bene o male è mio. Piuttosto, ora sarai tu che mi ci hai cacciato a non poterci entrare. Ed infatti, la Parigi bene, con le sue auto ed i suoi vestiti di classe, non si fa vedere da queste parti. Tra i pochi volti bianchi che si possono vedere per strada (quelli dei Francesi, secondo Le Pen) la maggior parte appartengono agli agenti, completamente fuori luogo, che girano in ronda a tre a tre preferibilmente dentro le volanti o i cellulari della polizia. Impressione personale è che controllino di più che nessuno lasci il quartiere che qualcuno si ammazzi con qualcun altro. Il meccanismo di cui sopra, miscelato con gli altri, confeziona infine un altro aspetto. Quello che accade politicamente fuori dalle mura della banlieue non è affare della banlieue, poichè vi è qui la consapevolezza che la banlieue non è affare della politica. La cité è una realtà con un proprio bioritmo e metabolismo. Questo aspetto è approfondito nell’altro scritto precedentemente segnalato “L’altra Parigi”.
                Se i muri potessero parlare quanto avrebbero da raccontare, recita un noto adagio. Nelle banlieues i muri non parlano come i muri del resto del mondo ma sanno invece scrivere. E noi sappiamo leggere. Non leggiamo forse molto dello stato d'animo, del sentimento che ha mosso l'autore di questa scritta a St. Ouen (cittadina satellite periferia nord occidentale): “Plus que un quartier, une famille!”, “Più che un quariere, una famiglia!”? E colui che a Barbes (quartiere africano nel 18° distretto ancora nel territorio comunale parigino) su un muro a fianco di un campo di calcetto ha immortalato un fantomatico risultato: “Barbes 98, Visitors 2”, “Barbes 98, Ospiti 2”? (Ad onor del vero devo ammettere una mia mancanza come cronista: non sono certo del risultato ma comunque portava una differenza di tale entità). In un androne di un palazzo, oltre il portone d'entrata puntualmente sventrato, si trova un bellissimo murale che denota una grande abilità artistica. Raffigura una mano aperta dalla quale spiccano il volo alcune colombe sullo sfondo di famosi versi di Bob Marley che inneggiano alla liberazione dalla “mental slavery”, dalla schiavitù mentale. Orgogliosamente firmato “La Courneuve” (altro centro della periferia nord) come se tutta la comunità ne sia l'autrice. E questo denota che tutti, lassù, sanno benissimo di che si sta parlando. Schiavitù mentale. Fuori dal ghetto si fatica anche a comprenderne il significato, figuriamoci il concetto.  
                Nel ghetto c’è sempre qualcuno che vende qualcosa. Abusivamente si intende. Eppure giorno dopo giorno si sa che a quella fermata della metro il fumatore può trovare convenienza in un pacchetto di sigarette arrivato sulla strada lungo percorsi poco illuminati. Che fuori dall’ufficio postale le donne vendono pannocchie abbrustolite e fataya. E questi attori sono sempre gli stessi. Puntuali. La loro presenza crea legame, va oltre il quartiere, fà famiglia: eccoci idealmente a capire il murale al quale siamo messi di fronte a St. Ouen.
Ai piedi dei palazzi vi è di tutto. Vecchie auto che non marceranno più stanno appoggiate sui semiassi a blocchi di cemento. Divani sventrati, ribaltati oppure no come se fossero in attesa di far accomodare chissà quali ospiti (la banlieue non ha invitato nessuno!), televisori sfondati e sacchi di immondizia varia. Mobilia, materassi, baguettes putrescenti, bottiglie, forni a microonde ed anche cucine a gas e lampadari. Il tutto pare giungere direttamente dalle finestre. Mi sono chiesto se tutto questo ammassare non sia voluto dai palazzi per barricarsi in sé stessi e preservare quella che comunque è una cultura che può riprodursi e vivere solo con certe condizioni e che è il nutriente per entrambi gli attori che poi si fondono in un unico concetto come recitava la felpa “prodotta nel 93”: ovvero gli esseri umani con la loro sfera emozionale ed il loro ambiente meramente fisico.
                 Per concludere. Innanzitutto devo dire che non sono un reporter obiettivo ma sono una persona passionale e non un registratore giudizioso: non maschero la mia empatia per gli abitanti di questi luoghi come già ho fatto nel precedente scritto “L'altra Parigi”. Infine propongo un esercizio con le parole che formano i due versi di quel ritornello rap ripreso in questo testo e la frase sulla felpa della ragazzina a La Courneuve. Staccandoli e ricomponendoli, mischiando le parti in un'unica frase questa avrà un senso logico e riassuntivo di tutte queste mie parole precedenti. Forse proprio semplice ed immediato, nella migliore tradizione rap. Vediamo. Frase uno: “Il ghetto è parte della mia religione, la sola cosa che i miei occhi possono vedere”. Frase due: “Io sono il Ghetto. Prodotto originale del 93”. Ora la frase composta: “Il ghetto è parte della mia religione, io sono il ghetto! La sola cosa che i miei occhi possono vedere: (un) prodotto originale del 93”.



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